E TU COSA PROVI?

Ci troviamo a provare emozioni che giudichiamo costantemente come giuste o sbagliate, da provare, da evitare. Da quelle che non vorremmo sentire mai, a quelle che vorremmo pronte sempre con noi. E sappiamo, o meglio ci sentiamo in dovere di sentenziare, cosa sia appropriato sentire in certe circostanze, se non addirittura errato provare in altre.
Dentro di noi abbiamo registrato una scaletta di imposizione sociale, familiare che ci dice come dovremmo sentirci in ogni situazione, e questo determina il fatto di percepirci giusti o sbagliati, diventando i più spietati giudici di noi stessi, dei Super-IO senza super poteri.
Cadiamo, cercando di controllare, camuffare, ma l’ES, con la sua prepotenza si vuole far ascoltare, e spinge sulla nostra pelle, sui nostri organi, sui nostri muscoli, sui nostri nervi, fino a volte farci sentire spezzati nell’anima, che reclama la sua verità. Che vuole
spogliarsi di costruzioni condizionanti, per far emergere vecchi e incastonati dolori, paure taciute, rabbie primitive, amori custoditi, desideri inconsapevoli o vogliosi di farsi scoprire.
E nel marasma di tutto questo calderone ci siamo noi, col nostro IO, che aneliamo la perfezione e scongiurando la nostra umanità indossiamo maschere che ignaramente condividiamo nelle relazioni quotidiane.
Quanto sarebbe liberatorio lasciarle cadere e prenderci cura di tutto il catalogo delle emozioni contemplate in segreto, di quelle che abbiamo rifiutato perché troppo crude, destabilizzanti delle nostre apparenze e di come vogliamo apparire. Performers in bilico tra ciò che siamo e ciò che supponiamo di voler essere, nella disperata ambizione di
corrispondere a un modello equivalente a un determinato status sociale, comportamentale ed emotivo. E a volte, nel tentativo maldestro di portare alla luce ciò che sentiamo, veniamo schedati con acronimi incomprensibili o diagnosi predittrici di farmaci volti a sedare o a stimolare i nostri sensi.
Si parla tanto di umanizzare le cure, ma credo che dovremmo ri-entrare nella nostra
umanità in modalità ascolto.

Cosa ci sta dicendo quel mal di pancia? Che messaggio vuole darci quella tachicardia? E quel mal di testa? E quel reflusso? E quel mal di schiena? Quale emozione stiamo spostando sul corpo?

E quello stato d’ansia, quale emozione sta proteggendo senza lasciarla uscire allo scoperto?
Siamo impregnati di informazioni da decodificare e ricollegare. Attraverso la psicobiologia emotivo comportamentale integrata possiamo osservare le tracce del passato penetrare il
nostro presente e volgere lo sguardo al futuro, aprendo, in fondo al nostro bagaglio, la cassetta degli attrezzi che contiene le nostre risorse.
Col Metodo PI, è possibile alfabetizzare le emozioni, osservando la trasmissione di informazioni che scorre nel nostro corpo attraverso il sistema nervoso, e mostra in vivo ciò che accade, per essere riconosciuto, processato, vissuto e deteso.
Cosa significa la parola cura in fondo? Originariamente significava prendersi a cuore una situazione, una persona. In latino la parola cur corrisponde all’avverbio interrogativo perché; e se la cura fosse solo farsi le domande giuste? e se la curiosità fosse il modo migliore per curare? Forse prenderci a cuore i nostri perché, è la strada per ri-sentirci umani.